Dimissioni volontarie: per trattenere i talenti, occorre farli crescere.
Le dimissioni volontarie non rappresentano più soltanto una tendenza post-pandemica, ma il segnale di una trasformazione profonda del rapporto tra persone e lavoro. Dopo l’ondata delle “Grandi dimissioni” del 2021, il mercato sembra essersi stabilizzato, ma l’insoddisfazione resta alta, anche se in parte latente.
In un contesto occupazionale sempre più fluido, le aziende competono sul piano del valore e della crescita, non solo del salario. Nella sfida per trattenere i talenti, la formazione finanziata rientra sicuramente tra gli strumenti da mettere in campo. Ma prima di parlare di soluzioni, cerchiamo di capire meglio il fenomeno.
Perché le persone se ne vanno?
Secondo i dati dell’Osservatorio Hr Innovation Practice del Politecnico di Milano, citati da Il Sole 24 ore, le dimissioni volontarie nel terzo trimestre 2024 hanno registrato un calo tendenziale del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2023. Una riduzione già visibile nei trimestri precedenti, che non coincide però con un aumento della soddisfazione lavorativa. È cresciuto infatti del 14% il popolo dei rassegnati, i cosiddetti quiet quitter, che mantengono il proprio lavoro ma lo svolgono senza coinvolgimento, attenendosi agli obiettivi minimi.
Un’indagine di Cisl Lombardia del 2023 ha rilevato, tra le principali motivazioni di abbandono, lo stress lavoro-correlato (36%), il clima aziendale (34,9%), la ricerca di migliori condizioni economiche (29,5%) e il mancato equilibrio vita-lavoro (26,2%).
Un’ulteriore spinta alle dimissioni è rappresentata dal disallineamento delle competenze tra domanda e offerta lavorativa: come evidenziato da un report del 2025 di Unioncamere, oltre il 30% dei laureati, a un anno dal titolo, dichiara di non utilizzare appieno la propria preparazione e di svolgere una professione per cui il titolo di laurea non è formalmente richiesto.
Trasformare un costo in un investimento a tasso zero
Ricres affianca le imprese nella pianificazione formativa e nell’utilizzo intelligente dei finanziamenti, rendendo la formazione un motore di coesione e competitività. Attraverso i fondi interprofessionali, è possibile recuperare lo 0,30% dei contributi versati all’INPS per avviare progetti su misura. La formazione finanziata contribuisce a coprire soft skills, competenze relative a digitalizzazione e sostenibilità. Uno strumento essenziale per unire, crescere e affrontare le sfide del futuro con fiducia.
La formazione come calamita per i dipendenti
Il mondo del lavoro è attraversato oggi più che mai da trasformazioni continue, complici la digitalizzazione, l’introduzione massiva dell’AI, la frammentazione dei contratti, l’instabilità finanziaria. Le persone non si identificano più col proprio lavoro: cercano altre espressioni di gratificazione. Il divario tra leader e dipendenti rischia di ampliarsi se non si dà priorità al benessere dell’individuo, al suo bisogno di crescita e riconoscimento.
Investire nella formazione significa rafforzare il senso di appartenenza nei lavoratori, favorirne l’impegno e la responsabilità, riducendo il turnover. Anche a livello manageriale, in base allo State of the Global Workplace 2025 di Gallup, percorsi mirati di training aiutano il personale a gestire meglio le frustrazioni, con conseguente evoluzione positiva delle aziende.